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25 maggio 2015

COME IL GABBIANO



COME IL GABBIANO
Vorrei volare con le ali del gabbiano,
ma il peso dei miei errori,
la zavorra delle mie bugie
(specie quelle dette a me stesso)
mi tengono inchiodato al suolo,
come un ingombrante pachiderma.
Ma quando porgo le orecchie ai sussurri del mondo,
quando allungo lo sguardo oltre l’orizzonte,
mi accorgo per incanto
che sto guardando e ascoltando dentro me stesso
e allora volo più alto del mio gabbiano:
le mie orecchie sono le mie ali
e i miei occhi sono i suoi.
b-\\-
                                                    giuseppe ferlito
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7 ottobre 2013

DA PISTORIO

  


pizza, caffè e simpatia


DA PISTORIO

Qua il prosciutto
lo mettiamo dapperttutto,

ma parrannu di café,
su po’ pigghiari cu je ghié,
ca prosciuttu misu non ci ‘nné.

Si poi, Diu mi ni scanzi!
di ‘na bella “siciliana” vi fa cori,
lassàti peddiri i panzi
e mintitici lu cori.



giuseppe ferlito


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21 settembre 2013

SOGNANDO POCHE BRICIOLE

15 settembre 2030

SOGNANDO POCHE BRICIOLE
Io, un mendicante,
che con mano tesa e tremante
un soldo di sorriso vado elemosinando,
rannicchiato all’uscio
in fondo al corridoio della vita,
raccatto
un sorriso di bimbo,      
la sua piccola mano
che appena avvolge il mio dito;
dorme,
il melodioso gemito di neonato
di la dalla cornetta di un telefono,
quella dolce carezza d’addio,
quel forte abbraccio
al mio ginocchio
(è così piccola!).

In disparte scruto
la piccola ladruncola,
che, fronte nella fronte,
par che rubi
–       solo i bimbi lo sanno fare  –
i semplici pensieri
di un cavallino.
E allora, come uno scemo,
smetto di mendicare
e ruzzolo, rido,
danzo e fingo:
i miei anni si sciolgono
in un girotondo
di minuscole creature,
cuoricini che battono all’unisono,
e per un attimo comprendo
che la vita è un gioco.

Quando tutto sfuma nel buio,
sotto le palpebre che cadono pesanti,
solo quei sorrisi riaccendono la luce
e quei gemiti s’innalzano leggeri
come piume fruscianti.
Poi, nel risveglio,
il ricordo di lei,
quel suo primo sguardo,
quando credevo di sognare
eppur era vero,
puro
e ancor saturo d’ebbrezze.

Son solo briciole,
nel rosso tramonto della mia vita,

minuscole cartuzze
che il freddo vento di tramontana
sparge e dirada,
ma che nei miei sogni s’ammucchiano;
si fondono e si confondono
nelle anse dei miei pensieri,
come i fogli imbrattati,
gli involucri usati
e le foglie gialle
che l’uomo e la natura
lasciano cadere
–       testimoni del loro vivere –
e il libeccio poi con cura,
come il soffio di un sogno,
raccoglie e deposita
nei rientri dei cancelli
della mia casa.

La vita la perderai,
ma il sogno no!
Mai ti lascerà,
il tuo sogno è in te:
minuscolo batuffolo d’eternità.
 
Sei immensamente tu il suo infinito.


giuseppe ferlito

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19 luglio 2013

AFORIMANI





AFORIMANI

Se “Un bacio è un apostrofo rosa
tra le parole – t’amo”
due carezze son due guanciali azzurri
su cui mollemente giacciono
i visi di chi si sussurra:
t’amo.

Due mani premurose
ti han dato una mano
a venire al mondo
e una mano pietosa
sfiorerà le tue palpebre
l’ultimo giorno della tua vita;
ascolta!
E’ il giocoso frastuono
d’un girotondo di bimbi
che si tengon per mano;
guarda!
Quattro vecchi intorno
ad un tavolo tondo giocano,
mischiano, dividono, spulciano,
lanciano le carte di un mazzo,
unto e sgualcito dalle dita,
con le loro tremule,
ma sagge mani,
ove han riposto
le ultime gocce
dell’emozione di vivere
e la fierezza, se giunge, di qualche vittoria;
un cieco legge con le sue mani
e un sordomuto con le mani
parla e ti ascolta,
vai
da quell’uomo in quell’angolo buio,
la sua mente eremita,
il suo corpo assente
e tu lì, al suo fianco,
lo vedi così diverso,
lo senti così lontano:
che non sia tu il vero errante?
Non ti guarda con gli occhi,
non ti ascolta con le orecchie,
non ti parla con la bocca,
ma, se con le sue mani ti tocca,
ti cerca, ti comprende,
taci e ascolta: ti sta parlando;
anche mani di mamma parlano,
mani che giorno per giorno si sporcano,
mani che puliscono,
lavano, asciugano,
asportano, curano:
è la vita!
Ma quando quelle mani
cullano la creatura
che prima sentivano scalciare in grembo,
quelle candide mani,
teneramente parlandole,
si tingono dello stesso limpido colore
che, dal sorgere al calar del sole,
tinteggia e rischiara la scura terra
che materna culla le sue creature
sotto lo stesso cielo azzurro,
avvolta dalle acque del suo mare blu
dove più è profondo;
occhi, orecchie e bocca
non ci distinguono dagli altri animali
nei quali un cervello domina, un cuore batte
e le nostre gambe sono le loro zampe,
se poi uomini e animali abbiano un’anima,
chi son io per dirlo?
Ma le mani no!
Le mani son solo dell’essere umano;
mani sante, mani assassine,
mani candide, mani sporche,
a volte anche di sangue,
mani ruvide e callose,
mani ossute di anziani,
mani cicciotte di pargoli,
mani laboriose di lavoratori,
c’è chi ha le mani in pasta
e chi se ne lava le mani;
mani invisibili
di donatori o ladruncoli,
di falsari e giocolieri,
mani dignitose di invisibili
che febbrili frugano
tra i rifiuti di una
ingombrante abbondanza,
mani non più visibili
di chi non le ha,
ma che ancora guidano quel corpo
di cui furono private,
come il ricordo dei cari
che guida il cammino di un orfano;
ma tu le possiedi ancora e allora
forza!
Stringi una tua mano a pugno
e vi vedrai il tuo cuore,
poi aprila con coraggio agli altri
e otterrai tutto ciò che vuoi,
muovila agilmente alla luce
ed anche le sue ombre ti parleranno:
le mani non si stancano di parlare
e parlano in un soffio,
senza neanche la pausa di un punto;
un pianoforte sparge
le sue note e magiche melodie
così che quelle mani,
quelle agili mani,
ballino sui suoi tasti rigidi,
che docili si piegano al lor passare,
una danza che forse solo loro
e gli angeli tra le nubi sanno fare;
puoi chiedere: “dammi un occhio”,
vuol dire: “stai vigile, prestami attenzione”,
puoi chiedere: “dammi il tuo cuore”,
vuol dire: “voglio, esigo il tuo amore”:
non gli occhi o il cuore,
ma solo una mano amica
cerchi nel bisogno
ed è all’amico che fiducioso
chiedi: “dammi una mano”;
con le mani
accarezzi, picchi,
uccidi, guarisci,
perdoni, condanni,
maledici o benedici,
graffi e accarezzi,
tappi una bocca o applaudi
distruggi e poi crei;
nella “Creazione di Adamo”
c’è la mano del Dio di Michelangelo
e dove l’uomo passa,
lì c’è la mano dell’uomo:
mano operosa,
mano che accoglie in se
tutte le piaghe del mondo
segnata a volte dalle stimmate,
a volte solo bagnata
da lacrime che asciuga pietosa;
mani che insieme si piegano alla legge,
legandosi con due manette ai polsi,
mani che si scambiano le fedi al dito
legandosi tra loro
come l’ape al suo fiore,
nel coreografico balletto
d’un vibrante batter d’ali
tra il molle ondeggiar
dei petali d’un fiore,
mani che svolazzano libere
oltre le sbarre di cupe celle,
come lo svolazzar d’un nido
al primo volo.

Uomo!
I tuoi occhi, non dubito,
sono le finestre dell’anima
e il tuo cuore
o si chiude nell’odio
o si schiude all’amore,
ma le tue mani son solo l’uscio
della tua ruvida umanità
e tra le loro vissute rughe,
ad indicar chi vi dimora,
è inciso il tuo testamento
che in calce recita:
“Ecco chi son io in questa terra,
fatto della stessa sostanza del mondo:
sono un umano”.




                                                      





N.d.a.:
Dedicata all’amicizia degli uomini di buona volontà, al loro gioioso darsi una mano, a quella generosa mano di mio padre che ancora sfiora il mio viso, sin da quell’ultima carezza e, ancor più, al grande e profondo amore per la vita di chi, privo delle sue mani, l’affronta con dignità, coraggio e serena umanità.
Il titolo non è una parola di senso compiuto, ma è solo l’unione, di “Aforismi” con la parola  “mani”, incastonata  più volte tra queste righe, con la cadenza di un tamburellar di dita, come fosse il ritmo che incalza la sua melodia.
Tu che hai letto queste righe, non chiedermi se sono versi o una semplice raccolta di aforismi: l’autore non sono io, ma le mie mani le hanno scritte, finalmente libere dal  giogo della mente e sorde ai battiti del cuore; loro hanno semplicemente narrato il loro essere mani, mentre io seguivo in silenzio il loro dire.


giuseppe ferlito         .
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2 aprile 2011

SOLITUDINE

Marchesana 3/11/1990


Non seme 
che spiga tra i monti il vento ha portato,
bruciata dal sole più puro,
beccata dal passero che vola più in alto.

Ma seme che spiga non è,
tra spighe baciate dai raggi del sole
e trebbiata dal becco dei passeri.

In questa penosa penombra
solo un canto lontano traspare,

finché una mano pietosa d'una coltre di terra lo copre.

                                                                                             giuseppe ferlito

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26 marzo 2011

PRIGIONIERI DI SE

1991
Prigionieri di noi stessi,
soffocati dalle proprie cose
e trafitti dall'odio,
si va morendo in questo mondo.

Io che, come il soffio la fiamma,
un po' alimento un po' spengo la vita,
muoio d'amore per te:

la tua acerba bellezza
trafigge questo vecchio cuore
mentre respiro il tuo respiro,
prigioniero del mio sogno.
giuseppe ferlito
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25 marzo 2011

PREGHIERA DEL GUERRIERO DI PACE




1/11/1990
O che il tuo nome sia "Dio"
oppure "Buddha" oppure "Manitù"
o in qualunque altro nome io t'invochi,
o che Tu sia il nulla
oppure l'universo intero,
o addirittura che tu sia soltanto "Io";
io, guerriero di pace,
Ti offro queste mani e questa voce;
che siano le sole armi che userò
contro il dolore e la violenza
e che, come martello e scalpello di scultore,
strappino quel marmo di egoismo e indifferenza
che dissapori, lotte e guerre hanno calcificato
in questa umanità che Ti va cercando
e portino alla luce quella Tua immagine scolpita,
che in ogni uomo da sempre splende.
A Te consacro questo mio corpo,
che sia il solo scudo
contro le armi che questa umanità confusa
ha ormai così sapientemente costruito.
Lotterò al Tuo fianco e in nome Tuo, Signore!
Non nelle trincee ma nei solchi della semina;
affinché il cannone diventi aratro,
affinché la spada diventi bisturi,
affinché l'uomo non distrugga la casa del fratello,
ma abbatta solo il muro che da esso lo divide.
Fà, mio Dio! Che l'ultimo sangue da lui versato
sia solo per amore.
Fà che l'amore non sia un vincolo di egoismo
fra pochi uomini, che lascia esclusi gli altri;
ma solo il primo passo che l'uomo compie
per completarsi con tutto il creato
nel corpo, nella mente e nello spirito.


Ti prego, o mio Signore!
Consola quel fratello
che per errore dovesse farmi del male:
lui va per la sua erta strada,
io, grazie a lui, giungo a Te
per quella più veloce del perdono;
che non v'è esperienza in questo mondo
che non giovi a conoscere il Tuo immenso amore.



Come guerriero ti do la mia vita
e restituisco a questa terra il corpo che le appartiene.
Ma se mi troverai stanco e dubbioso,
all'ombra di quell'albero che hai seminato in ogni bivio
per darci i frutti della conoscenza e dell'esperienza,
fà pure che io senta l'intenso profumo del male;
ma guida la mia mano a cogliere il frutto più in alto,
quello forse più difficile da raccogliere, quello del bene.
Dammi la forza, mio Signore!
Di tener sempre fede a questo giuramento
fino alla fine del mio cammino.



E, giunto sulle rive del Tuo immenso mare,
da cui io uomo nacqui e in cui voglio tornare;
possa, e così sia!
 
nelle Tue fresche e limpide acque rispecchiandomi,
vedere, nella mia, la Tua Eterna Immagine.


                                   giuseppe ferlito
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19 marzo 2011

SOGNO


Densa di salsedine la brezza marina
come il tempo scivola su questa spiaggia
e dove passa ormai non passa più.

Realtà fugace
che in un eterno sogno mi risveglia:
il tuo viso scivola su queste mani,
sento soffiarvi sopra i tuoi capelli.

Quei tuoi occhi, che profondi mi parlano di mare,
con quel tuo sguardo limpido che sa di sole,
si posano ridenti sopra questi miei
come rugiada su questo mio risveglio.

Da questi miei, cisposi e sonnolenti,
una goccia scivola che sa di sale;
ma forse sarà una lacrima

e nuovamente mi assopisco
in questa realtà fugace.

beppe
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18 marzo 2011

TU PIETRA TU FIORE TU MARE


Marchesana 16/10/1990
 





  



Di sul monte
giù per la valle,
rotolando vai,
mio bel ruscello;

tutto lambisci
con leggera ebrezza:
le rive opposte
e i ciotoli in mezzo.

Quel sasso lo avvolgi,

lo riempi di schizzi,
poi sciogliendoti intorno

gli lasci i tuoi spruzzi.

Tu bella e linda,
o pietra o ninfetta,
svanisci e mi appari
nell'onda che flutta.

Io, veloce impetuoso,
scrosciante ruscello,
su le membra t'incido
di carezze un cesello.

Ti stringo e ti bacio,
le vesti ti slaccio;
ti avvolgo nell'acqua
in un tenero abbraccio.

Poi nell'aria frizzante
svanisce una goccia
che rugiada si posa
sopra un fiore che sboccia.

Quel fiore tu sei

e sublime è il momento
che da goccia turchina
quel fiore divento.

Poi alitando e soffiando
io piego il tuo stelo,
scompiglio i tuoi petali
che guardono in cielo.

Sibilo, sbuffo risucchio,
mi gonfio d'amore
su di te mio bocciolo,
piccolo fiore.

Il profumo è di zagara
tra i tuoi sciolti capelli,
che, impregnato il mio corpo,
do al mare e alle stelle

e che poi si condensa in nuvola bianca,
poi in bianchissimo uccello.
Non più soffia quel soffice vento,
non scroscia il ruscello.

Io bianco gabbiano le mie ali battendo,
le tue mani ancor cerco
al mio bruno e silente tramonto,
col tuo stelo nel becco;

e ciotoli e petali strappati dal tempo
ormai secchi van giù
e alle acque del mare profondo si uniscono:
quel mare sei tu.

E' già notte profonda:

sopra il chiaro di luna che sfuma sull'onda,
io, canuto gabbiano,
con un volo di ombre quest'uomo tratteggio
che rema più piano.

Come avide e umide labbra d'amanti,
(io rescello, tu mare)
le mie e le tue acque profonde in un bacio alla foce
si lasciavano andare.

(Tu mare, io vento). Io, sbuffando dai monti,
con rorida brezza
sul tremulo pelo dell'onda svanivo
come lieve carezza.

Io, stanco gabbiano che striscia sull'onda,
volteggio, mi butto;
poi spicco un ultimo volo ed in te dolcemente
m'inabisso nei flutti.

Tu languida pietra di fiume;
tu fresco fiore di prato;
tu mare!

O se ali d'uccello o se vento o se acqua
io sono per te;
ti do queste ali, respira quest'aria e bevi con me
e per sempre sarò
una piccola parte di te.


giuseppe ferlito
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15 marzo 2011

MORTE PUTTANA

7/1/1990
Dolce, cara, ingannevole morte!
quante volte mi hai teso le braccia!
E, quante volte, infedele bestiaccia,
da sopra il mio capo le hai tolte.


Io ti amo e ti odio, puttana,
che con giovani vite vai a letto;
io di te son geloso, lo ammetto,
non riesco più a starti lontano.


Più la vita io amo godermi
e più giacere al tuo fianco desio;
ma lottar fino in fondo degg'io,
chè con altri non de' tu tradirmi.


Sarò innanzi a chi sta per morire.
Inerme starò al tuo cospetto,
anelando senz'armi e nudo il petto,
che il tuo bacio mi possa ferire.


Quante volte, troia demente,
ti ho visto girar tra i soldati
con l'armi in pugno, ma di paura velati
che annuivano ai tuoi adescamenti.


Uomini, ma bimbi che, in un giuoco fatale,
t'abbracciavan con l'angoscia nel viso;
quel volto cui un dì, una mamma e un sorriso,
avean dato la vita senza fargli alcun male.

Quante volte, gran meritrice,
mi hai sorriso con ghigno beffardo
dall'occhio di un cane bastardo
che, morente, ti guarda e ti dice

che a finirlo fu la tua mano crudele,
già grondante del sangue vermiglio
di cavie, di scimmie e di qualche coniglio
immolati a quell'uom che si crede immortale.

Deh! Concedimi le tue eterne grazie,
dolce sposa di affranti suicidi;
rapiscimi coi tuoi macabri riti,
tu, regina di tante disgrazie.

Ma se alfin di tender la mano
sarò stanco e vorrò viver la vita,
con me, già lo so, per farla finita,
quel dì giacerai, morte puttana!


                                                giuseppe ferlito


                                                                         
                                                                              





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